Alla (ri)scoperta di Montedoro: un viaggio tra il bosco e il mare

L’escursione sul Monte di Scauri (che segue questo itinerario) all’interno dell’Area Protetta di Gianola, tenutasi sabato 4 maggio, ha aperto l’Edizione 2013 del Premio Dragut: nato l’anno precedente come premio letterario (con sezioni racconti, poesia, foto), oltre ad aggiungere quest’anno le sezioni musica ed arti figurative, prevede anche l’organizzazione sul territorio di eventi satellite, il primo dei quali è, per l’appunto, questa escursione. L’organizzazione dell’escursione è stata a cura dell’Associazione Atargatis e del Comitato “Fuori La Voce”, che hanno inteso così dare il proprio apporto al Premio.

La (ri)scoperta di questo angolo del Parco vuole essere infatti un contributo per (ri)tornare a guardare, ascoltare, sentire, annusare letteralmente l’angolo di pianeta che ci ospita e che tanto abbiamo maltrattato negli ultimi decenni: “non più per depredare ma per restituire!”

Partendo dalla strada in cemento, passando per i margini dell’area umida presente all’interno del Parco, si è saliti fino alla sughereta e da là, attraverso la macchia mediterranea, si è giunti sul mare, sugli scogli di Porto Cofenello e alle antiche mura del “Porticciolo Romano”. Circa due ore di cammino, per scoprire il cuore grande di questa minuscola oasi situata nel mezzo del Golfo di Gaeta.

Una prima tappa è stata effettuata in corrispondenza delle pozze: asciutte ora che la bella stagione è iniziata, le pozze, apparentemente prive di significato per l’osservatore superficiale, sono in realtà un piccolo giacimento di biodiversità all’interno dell’Area Protetta. In quest’area lievemente depressionaria, sul sostrato roccioso – permeabile, facilmente penetrabile dall’acqua che discioglie il carbonato di calcio di cui la roccia è costituita – si depositano materiali invece impermeabili come l’arenaria e la torba, capaci di trattenere l’acqua piovosa per periodi di tempo relativamente lunghi durante l’anno. L’impermeabilità, unita alla conformazione depressionaria del terreno, determina il formarsi di accumuli di fango, rivoli d’acqua e pozze. Queste ultime ospitano specie di anfibi come le comuni rane, o come i meno comuni tritoni italiani, che depongono le uova nell’acqua per poi andare in “estivazione” durante la stagione più calda, apparentemente sparendo.

Quindi, è stata la volta della sosta nella sughereta, una delle zone più selvagge e isolate del Parco, ma che in realtà si trova solo a poche centinaia di metri dalle prime abitazioni al di fuori della foresta: è qui che, forse, si capisce appieno quanto sia importante e miracolosa la presenza di questa Area Protetta, baluardo contro la cementificazione e l’inquinamento, e capace di riportarci al passato, anche remoto, quando i pastori locali “addomesticavano” il bosco con incendi regolamentati, traendo i frutti che la natura donava loro: il sughero, le ghiande, il pascolo per il bestiame. La lettura del terreno ci suggerisce infatti come il paesaggio di oggi sia forse simile a quello dei secoli scorsi, con un graduale adattamento della quercia da sughero anche alle mutate condizioni climatiche.

La presenza, poco distante, dei ruderi dell’enorme villa romana del prefetto Mamurra, edificata intorno al cosiddetto Tempio di Giano/Diana, fa davvero volare l’immaginazione, richiamando alla nostra memoria ancestrale il “genius loci” di Gianola/Janula, ossia della terra consacrata a Giano e alla sua dimensione divina femminile, Diana/Jana.

L’ultima tappa è stata a Porto Cofenello: già Oasi Blu del WWF, è oggi un tratto di costa il cui mare antistante, per una superficie di 17 ettari, è area protetta marina. Un ambiente pure di elevata biodiversità, con esperimenti anche arditi di adattabilità da parte della flora locale, la cui tempra viene sottoposta a dura prova dalla forte salinità. Un’insenatura meravigliosa, seminascosta, che pure in passato è stata oggetto delle devastanti depredazioni dei pescatori di frodo, a caccia dei preziosi e delicatissimi datteri di mare. Oggi questa meraviglia risente della forte pressione antropica che si irradia dalle coste del Golfo, e che spesso assume le preoccupanti sembianze di immondizia portata dalla corrente o di scie di liquami.

Il gruppo ha quindi chiuso l’escursione passando per l’altro gioiello del “Porticciolo Romano”, e rientrando al parcheggio presso l’Infopoint.

Una splendida giornata di primavera: la possibilità di (ri)scoprire che ciò che ci circonda è anche la possibilità di (ri)conquistare ciò che, forse, abbiamo dentro.

Marco Tarantino

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